Pur non descrivendo in modo prescrittivo “come” un monastero debba essere costruito, le Regole monastiche medievali ne hanno da sempre definito la topografia generale in base alle funzioni connesse alla vita cenobitica, illustrando in particolare: i confini del monastero, gli spazi dedicati alla preghiera, alla refezione e al riposo, e quelli deputati al lavoro manuale e intellettuale (Marazzi 2015, pp. 88-89).  

Il primo elemento da considerare sono gli ambienti di accesso al monastero, separati dalla clausura vera e propria, e sorvegliati da un portinaio che vigila sugli ingressi e sulla foresteria in cui trovano alloggio pellegrini e quanti chiedono di essere ammessi a far parte della comunità. Di norma il monaco guardiano occupa dei locali nei pressi della porta principale e può avvalersi dell’aiuto di cani per sorvegliare l’entrata. L’inviolabilità della clausura conosce rare eccezioni, autorizzate dall’abate e spesso associate a servizi particolari, come quelli di fabbri, muratori e amministratori. Un’aura di riservatezza regola i rapporti con ospiti e viandanti, tenuti a loro volta a rispettare gli orari di pasti e riposi seguiti dai monaci, senza che alcuna ulteriore informazione circa il modus vivendi dei religiosi trapeli all’esterno. Tra i visitatori, un’attenzione particolare è riservata ai postulanti, risorsa fondamentale per alimentare i nuovi effettivi della comunità. Le loro intenzioni sono vagliate dai monaci con ripetute prove fisiche e spirituali, proprie di un periodo di formazione che guida l’aspirante verso lo status di novizio, al quale è consentito l’accesso alla vita claustrale pur non facendone ancora del tutto parte (Marazzi 2015, pp. 90-92).  

Negli ambienti interni del monastero la vita ascetica dei religiosi si articola in spazi rispondenti alle esigenze dell’anima e del corpo, nei quali ogni azione quotidiana (mangiare, dormire, lavorare, studiare e pregare) può svolgersi serenamente, secondo armonia e compiutezza, senza interferenze esterne, in base al modello dell’hortus conclusus interamente autosufficiente ed esemplificato dalla presenza del chiostro: non un semplice spazio di connessione, ma un elemento di raccordo esistenziale della comunità. 

La preghiera quotidiana e continua dei monaci si svolge nell’oratorium, distinto dall’ecclesia, intesa quale aula di preghiera per le celebrazioni pubbliche. L’oratorio è lo spazio comunitario per eccellenza, in cui i religiosi trovano posto in appositi scranni, spesso circondati da decorazioni parietali. L’accesso in questo ambiente, scandito dal suono di una campana, impone la sospensione di ogni chiacchera, riso e di ogni altro comportamento scomposto. L’importanza del luogo e del momento che in esso si compie è ribadita dal fatto che una delle sanzioni più gravi in cui ogni monaco possa incorrere è l’esclusione dall’oratorio. La dispensa dalla preghiera comune è concessa a coloro che, per incombenze lavorative, si trovino in aree lontane del cenobio. A costoro è permesso di recitare in solitudine le orazioni previste in quel momento.   

Tra gli spazi vissuti in comunità si segnalano poi quello per il riposo e quello per la refezione. Nel primo caso si possono incontrare realtà in cui i monaci (ed eventualmente anche l’abate) dormano in locali comuni, oppure che a ciascuno sia assegnata una cella individuale. Nel primo caso la disposizione dei giacigli e l’illuminazione dell’ambiente rispondono all’esigenze di scongiurare comportamenti inopportuni e la possibilità di contatti fisici, limitati anche dall’obbligo di dormire vestiti (Marazzi 2015, pp. 92-96). 

In merito al refettorio, invece, ogni Regola medioevale concorda sul fatto che debba essere uno spazio comune in cui tutti i monaci devono recarsi per consumare i pasti rimanendo in silenzio, possibilmente ascoltando la lettura delle Sacre Scritture recitate a turno da ciascun confratello. Così, rifuggendo il mero soddisfacimento fisico, al pasto si accompagna sempre il nutrimento dell’anima, oggetto delle più alte preoccupazioni di ogni monaco. Eccezioni al rispetto degli orari dei pasti è fatta per gli addetti alla cucina e alla pulizia del refettorio (che possono mangiare a parte e comunque dopo il pasto dei confratelli). Al cellerarius è riservato il compito di gestire la dispensa, fornire le vivande alla cucina (curando in particolare il forno, il mulino e le colture dell’orto) e di sovraintendere alla preparazione dei cibi, affidata a turno a ciascun monaco, così come ogni altra mansione manuale: dalla pulizia degli ambienti monastici, al lavaggio della biancheria, al taglio della legna, all’accessione e spegnimento delle lampade e così via (Marazzi 2015, pp. 96-98).

La parcitas, ossia una sobria moderazione, governa il regime alimentare dei monaci, come l’intera vita nel cenobio, dove ogni bene – sia materiale che spirituale – è vissuto in condivisione. I pasti quotidiani sono connotati da porzioni ridotte, accompagnate da pane, e da una rigida selezione degli alimenti: è quasi del tutto esclusa la carne di ogni tipo, a meno di rari volatili, e il pesce concesso di rado (fatta eccezione per ammalati e particolari festività). La dieta si basa su farina mescolata con acqua e verdure condite con formaggio e olio; ai due cibi cotti prescritti se ne può aggiungere un terzo, se si tratta di frutta o legumi freschi. Il vino è concesso, ma sempre diluito con acqua, mentre i condimenti sono sconsigliati per non rendere troppo gustosi i cibi e appesantire la digestione. La salus (salvezza dell’anima) passa attraverso la sanitas (del corpo). Al di fuori degli orari prescritti è fatto assoluto divieto di mangiare alcunché; in particolare prima della terza ora nessuno può bere o mangiare, la sesta e la nona sono riservate rispettivamente al pranzo e alla cena. I conviti devono tenersi alla sola luce diurna, pertanto il loro orario varia in base alle stagioni. Inoltre, particolari periodi dell’anno, come l’Avvento o le prime due settimane di Quaresima, prevedono maggiori restrizioni, con un solo pasto quotidiano (Forino 2019, pp. 12-19). 


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